A Loreto c’è anche Andreina, ma non aspettatevi miracoli

Voto 14

Quando lascio Milano, o Roma, o Parigi, per tornare a casa, un senso di rilassamento mi assale. Non sarò più svegliato alle sei del mattino da quegli infernali camion per la raccolta differenziata che, dopo anni, non riesco ancora a digerire. Non sarò più costretto a lunghe camminate per raggiungere qualsiasi cosa. Nessuno mi costringerà a consumare la mia prima colazione in quegli improponibili bar padani in cui per mangiare occorre turarsi il naso a doppia mandata, per evitare che l’odore di plastica emanato dai cornetti (a proposito, si dice cornetto, non brioche!!!) non mi inquini il fisico per l’intera giornata.Si torna a casa, ma non tutto è rose e fiori. Scegliere un ristorante che non comporti un viaggio faticosissimo è una decisione che sovente m’impegna per giorni. Carne o pesce? Mare o montagna? Collina? Creativo o tradizionale? Venerdì o sabato? Le questioni sono molteplici, anche se, per la verità, la scelta non è così vasta. I locali frequentabili, nel raggio di cento chilometri, non sono moltissimi, e quasi tutti sono già stati provati ampiamente. Si va d’istinto, leggendo qualche guida – che a febbraio conosco oramai a memoria – e si parte. Questa volta ho voglia di un grande servizio, di una cucina rassicurante, di una mano precisa. Non intendo rischiare. Così imbocco l’A14 ed esco a Loreto. Destinazione Andreina.
Non è la prima volta ma è come se lo fosse. La sala mi appare più pulita nelle sue linee e nelle apparecchiature. I tavoli consentono una certa privacy e le sedie – ah che sedie – sono le più comode provate fino ad ora in un ristorante. Rispetto alla visita precedente rimangono alle pareti degli specchi dal disegno vagamente etnico. Un pugno in un occhio, ma forse solo nel mio occhio. Eleganza, dunque, ma anche sobrietà, e un odore, una sensazione di casa, che non disturba, anzi, è piacevole. Un baldo giovane ci porta i menù, è gentile ed educato, competente ma timidamente impacciato. Lo noto ed annoto solamente perché descrive i piatti con una voce talmente bassa da impedirmi di capirne la composizione. Pazienza.
Il menù è ricco ed invitante. Ci piacerebbe mangiare un risotto con la beccaccia ma la padrona di casa c’informa che non sono stati riforniti del volatile. Tristezza per favore vai via! Scelgo sconsolato “la proposta di Ave”. Ma dopo qualche istante il mio umore sale al massimo, la cucina ci dà il benvenuto con uno s t r a o r d i n a r i o  amuse bouche.

Eccoci arrivati su un altopiano del piacere: il patè è suadente, sensuale, buono, spalmarlo su un dolce crostino ed addentarlo è un’esperienza che dovrebbe essere vietata ai minori di 18 anni. Grande Errico Recanati, ci hai fatto felici. Il ravanello pulisce e rinfresca il palato, preparandolo al boccone successivo.
Il percorso guidato inizia con un altro bel piatto (che per la verità ha le sembianze di un altro stuzzichino) si tratta di una finta galantina di faraona con giardiniera fatta in casa, servita su pan brioche.Piatto equilibrato e saporito, sa di casa e ci piace.
Si prosegue con un boccone di grande impatto: rognone di vitello, finto parmigiano e patata cotta della cenere. Ottimo, anche se la patata domina il piatto grazie alla sua irresistibile golosità, accentuata dall’inusuale cottura.
Peccato per la porzione omeopatica e difficile da consumare. Una maggiore generosità non solo sarebbe auspicabile, ma necessaria a capire quello che stiamo addentando.
Buono anche l’uovo fritto, arricchito dalla clorofilla di barbabietole. Piatto tecnico e gustoso, dall’amalgama invidiabile.
Dopo tre assaggi interessanti e ben eseguiti, si prosegue con tortelli ripieni di amatriciana e salsa di pecorino.
Il piatto si presenta bruttino. In bocca risulta troppo pepato e privo di appeal, scontroso. Un piatto completamente toppato. L’errore, a mio avviso, non è semplicemente tecnico, ma concettuale. Per quale motivo inserirlo in un percorso coerentemente locale? Assolutamente da sostituire con uno qualsiasi dei primi piatti presenti in carta. Si scende bruscamente di livello, peccato. Ma il cinghiale che ci viene servito è un nuovo motivo per sorridere.
La pancetta è cotta a bassa temperatura per 72 ore e al contato con la lingua svapora in una irresistibile concentrazione di sapore. Grassa ma non troppo, invadente ma non troppo. Equilibrata. Il filetto, cotto al forno, me lo aspetto stopposo, invece la sua monotonia non mi annoia, al contrario mi convince. I succhi sono trattenuti tutti all’interno e il cinghiale ci appare più gentile e più buono che mai. Un signor piatto.
Un lecca lecca cioccolato bianco e fragola precede un buona torta di mele con salsa al calvados.
Dolce attraente e buono, anche se la cottura della frolla è stata più lunga del dovuto, con il risultato di un dessert leggermente coriaceo in alcune parti.
Si conclude con una piccola pasticceria degna di nota
Un ristorante solido, con una mano felice in cucina, che però non riesce a convincermi fino in fondo. La ragione non risiede solamente in un piatto sballato, ma si tratta di una questione concettuale, forse di economia domestica. Il percorso guidato non è forse la scelta più giusta, per una lunga serie di motivi: i piatti forti del locale non vengono contemplati nella degustazione (errore, perche il percorso guidato dovrebbe essere la summa della cucina di uno chef), non c’è traccia di beccaccia, tordi, piccioni, che sembrerebbero essere il marchio del ristorante. Gli antipasti sono serviti in porzioni eccessivamente ridotte e selezionando materie prime troppo povere e ordinarie per un locale che vorrebbe proporsi a certi livelli. Rivedendo le foto, l’impressione è che un po’ avvinazzati a causa del buon pecorino Velenosi, sia passato inosservato che nel piatto la materia prima scarseggiava.
I maître à penser della tavola non perdono occasione per ricordarci che piatti eccessivamente ricchi e opulenti sono anacronistici,  ma se si entra da Andreina si nutre la legittima speranza di mangiare prodotti meno banali di quelli che ci sono stati serviti.
Voglio quindi separare il giudizio sullo chef, che sarebbe elevato (il suo stile mi piace molto), da quello sulla gestione generale delle proposte, che lo è meno, e attribuire un voto che, per questa specifica esperienza, è arrotondato per eccesso.
Come cantavano quei tre: “si può dare di più senza essere eroi!”.

Proposta di Ave 45 euro

Ristorante Andreina
Via Buffolareccia, 14
60025 Loreto
http://www.ristoranteandreina.it

4 thoughts on “A Loreto c’è anche Andreina, ma non aspettatevi miracoli

  1. Andreina e il suo cuoco a mio avviso sono un buon ristorante, i piatti sono di solito molto buoni e la proposta abbastanza vitale, certo non riesce ad arrivare dove vorrebbe(e questo anche nel servizio) ma nella cucina di territorio è molto bravo (e li ci si deve fermare). Approposito di piatti eccessivamente ricchi e opulenti ci sarebbe molto da parlare…..sulle nuove tendenze dell asse Parini-Lopriore-Crippa, sarebbe interessante sapere cosa ne pensi tu…

    • Istintivamente non provo attrazione per le cucine che citi (forse per Crippa si) anche se per il momento ho solamente letto resoconti di altre persone. Però un piatto con 50 erbe e fiori spontanei non mi esalta particolarmente…Trovo più appagante una cucina generosa. Mi piace moltissimo Uliassi e credo che Miramonti l’altro e Villa Crespi saranno le mie due prossime mete importanti, la loro cucina potrebbe essere nelle mie corde.

      Su Andreina confermo un buon servizio, mentre ho trovato poco elegante la freddezza della padrona di casa.
      Insisto anche sulla quantità risibile delle porzioni degli antipasti, una scelta insensata.

  2. E cosi è arrivata la stellina….assolutamente immeritata naturalmente….
    che Andreina sia un buon ristornate sicuramente ….. ma che sia un ristornate in crescita o nel quale si possono scorgere emozione … men che mai!!!! Ma daltro canto chi siamo noi per sindacare il lavoro dei commissari della rossa?

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